Da Istanbul, Deniz Öztürk

 

Guardando la televisione turca e leggendo i maggiori quotidiani del paese, ci si può sentire sopraffatti da quello che sta succedendo in Turchia. Alla fine di luglio 2021, sette membri di una famiglia curda sono stati uccisi a Konya, nella Turchia centrale, da militanti nazionalisti armati che hanno cercato di bruciare la casa della famiglia curda. Organizzazioni in difesa dei diritti umani parlano di un “reato a sfondo razzista”.[1]

 

di Salvatore Prinzi

Questo pensavo ieri in piazza a Roma. 

Certo, io ci credo, e chi crede vede ovunque dei segni. E poi c'era la gioia di ritrovare dopo un anno durissimo una comunità che non è solo politica, è di affetti veri... 

Riprendiamo un articolo di Giuliano Granato pubblicato sul "Mar dei Sargassi"

 

Per comprendere quello che sta succedendo in Cile in queste ore dobbiamo fare un passo indietro e tornare all’ottobre 2019.

di Viola Carofalo

Forse vi sarà capitato di vedere le immagini di TikTok di alcune soldatesse dell'esercito israeliano. Ragazze bellissime, giovanissime, in divisa, con tanto di mitra al collo, che "traducono" i balletti più famosi inserendoli nella cornice sanguinosa di questi giorni. 

di Giuliano Granato

Nel Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR) presentato da Draghi alle Camere, c’è anche un capitolo su “lavoro nero” e “caporalato” (pag. 206 del testo presentato al Senato lunedì 26 aprile).

L’obiettivo di fondo è ridurre la rilevanza del lavoro irregolare nel nostro Paese. C’è la sollecitazione in tal senso della Commissione Europea. Evidentemente quella dei lavoratori e delle lavoratrici che soffrono il fenomeno sulla loro pelle non era abbastanza. E allora ben venga il grillo parlante che parla da fuori.

di Roberto Prinzi

 

"Datemi solo 15 minuti ancora", ha implorato telefonicamente oggi pomeriggio un giornalista dell'Associated Press (Ap) ad un ufficiale israeliano prima che i jet d'Israele radessero al suolo la torre Jalaa, sede della sua agenzia. "Abbiamo attrezzature, telecamere e altre cose. Le posso portare tutte fuori". "No", fanno sapere da Israele. Poco dopo anche Jawad Mahdi - il proprietario dello stesso edificio - ha fatto all'ufficiale la stessa richiesta. "Rispettiamo i vostri desideri - ha detto umilmente -  ma almeno dateci 10 minuti". Un'implorazione che è stata più un'ammissione di resa, una umiliazione e che forse riassume da sola la sperequazione di forze tra i palestinesi e gli israeliani.

Oggi vi vogliamo raccontare una piccola storia. Oggi, perché proprio il 27 aprile del 1937, moriva Gramsci, stremato dalle prigioni fasciste.

Nel mondo Gramsci è considerato il più grande intellettuale italiano del Novecento: viene tradotto, studiato, osannato. In Italia invece non viene quasi insegnato nelle scuole e nelle università, e viene spesso frainteso.

Eppure Gramsci ha davvero tantissimo da dirci, non solo sulla politica, ma anche sulla storia del nostro paese, delle sue classi popolari e dei suoi ceti intellettuali...

Noi possiamo dire che è grazie a lui che è nato il progetto di “Je so' pazzo”, la nostra attitudine verso la politica, il bisogno di lanciare un progetto più grande come Potere al Popolo...

di Salvatore Prinzi

 

Sabato 15 Maggio, ero al corteo a Napoli per la Palestina. Bellissimo. Oggi ascolto le testimonianze dalle altre 30 piazze in Italia e mi sembra si possano trarre le seguenti considerazioni - e alcune domande: 

Riprendiamo un articolo di Giuliano Granato pubblicato sul Mar dei Sargassi

 

In pochi giorni, il fin troppo silenzioso Primo Ministro Mario Draghi si è lasciato scappare alcune paroline che hanno fatto da detonatore alla polemica politica, qui in Italia ma anche all’estero.

È nel corso di una conferenza stampa che Draghi, con una sola definizione, scatena il pandemonio: “Erdogan è un dittatore con il quale si deve cooperare”.

Di lì la reazione ammirata di chi ha apprezzato lo stile di un “non-politico”, pronto finalmente a chiamare le cose col proprio nome; ma anche quella adirata da parte del leader turco Recep Tayyip Erdogan, che ha parlato di “totale indecenza”, “maleducazione” e di “danno alle relazioni tra i nostri Paesi”. Ma, soprattutto, ha sospeso l’acquisto per 70 milioni di euro di armamenti dalla Leonardo.

Altra conferenza stampa, altra “parolina”. Stavolta il tema è la cittadinanza per Patrick Zaki, ragazzo egiziano di 28 anni, studente all’Università di Bologna, e ormai detenuto, senza accusa formale, da più di un anno dalle autorità de Il Cairo: Draghi la definisce “iniziativa parlamentare, il governo non è coinvolto”. E, anche qui, parte un profluvio di reazioni. Riccardo Noury, portavoce di Amnesty International Italia, afferma che “se il governo si tira indietro dopo due giorni è un brutto segnale”.

 

Di una persona che parla poco si pensa che centellini ogni singolo termine. Possibile che Draghi si sia prodotto in due gaffe a così ravvicinata distanza di tempo? Certo, può essere. C’è chi richiama il suo non essere un politico e si spiega così le recenti esternazioni. Tuttavia, Draghi ha sempre dovuto avere a che fare con i media, ha dovuto imparare a schivare le insidie poste lungo la strada dai giornalisti, a dare l’enfasi necessaria per dare segnali a mezzo mondo. Come quando col suo “whatever it takes” si narra abbia di fatto bloccato l’attacco speculativo contro alcuni Paesi dell’UE. Insomma, Draghi non è uno sprovveduto.

E allora come mai queste uscite, tra l’altro apparentemente così diverse e contraddittorie? Perché se si è avuto il coraggio di definire “dittatore” un leader eletto formalmente in maniera democratica come Erdogan, non se ne ha altrettanto quando c’è da schierarsi al fianco di Patrick Zaki, magari denunciando il carattere autoritario o dittatoriale del governo dell’egiziano Al-Sisi?

Una spiegazione c’è. O, meglio, potrebbe esserci. Perché ci muoviamo chiaramente nel campo delle ipotesi.

 

Quando Draghi pronuncia quella parola su Erdogan è da poco rientrato dal suo viaggio in Libia. Ha visitato la Tripolitania, territorio oggi di fatto controllato proprio dalla Turchia del “dittatore” Erdogan. Libia e Turchia hanno già siglato diversi accordi, formali e informali: si va dal training delle forze militari libiche allo schieramento di truppe turche, ufficiali e informali, fino ad arrivare a patti relativi alle acque territoriali.

L’esternazione di Draghi potrebbe esser stata un segnale in una duplice direzione:

  • A Erdogan, per annunciare che i piani neo-ottomani del Presidente turco non troveranno per sempre praterie su cui poter procedere come un coltello nel burro;
  • Agli USA del neo-presidente Biden, per far sapere indirettamente che il governo italiano “gradirebbe” un ritorno della potenza imperialista nel “Mare Nostrum” e che è disponibile a fare la propria parte nel ruolo di contenimento – da rivale e non da nemica – delle mire espansionistiche di Ankara.

E l’evasività della risposta del Primo Ministro sulla cittadinanza a Zaki? Se Erdogan e Al-Sisi sono per certi versi equiparabili, non lo sono i loro due Paesi e, soprattutto, le relazioni con l’Italia. Evidentemente gli apparati statuali italiani non considerano l’Egitto un possibile rivale nella regione del Mediterraneo. Anzi: gli affari di ENI procedono a gonfie vele, la cessione delle due fregate FREMM che ha creato malumori nella Marina italiana hanno permesso una nuova luna di miele con i militari de Il Cairo. E, in questa cornice, Zaki e Giulio Regeni sono degli incidenti di percorso, un “fastidio” per una classe dirigente che non ragiona in termini di visione di un domani democratico e all’insegna dell’autodeterminazione dei popoli, ma di quella di affari e potenza.

Draghi non è uno sprovveduto. È oggi a capo di una struttura politico-economico-burocratica che persegue gli interessi delle classi dominanti italiane. A volte le può servire giocare a fare i democratici; altre volte a chiudere tutti e due gli occhi. In nessun caso, però, ci si muove in un’ottica di trasformazione del quadro, di cooperazione tra i popoli delle diverse sponde del Mar Mediterraneo.

Non bastano gli atti di condanna, le sottolineature della doppia morale e dell’ipocrisia di Stato. Serve uno sforzo eccezionale, capace di produrre una nuova e differente visione delle relazioni internazionali a partire dai rapporti con la sponda meridionale e orientale di quello che qualcuno si ostina a chiamare “Mare Nostrum”.

 

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SIAMO TORNATI! Il 7 ottobre 2020 abbiamo inaugurato la seconda stagione di Radio Quarantena. Ritorniamo con una nuova redazione, quasi 20 collaboratori e 5 rubriche settimanali.

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"È più facile immaginare la fine del mondo che la fine del capitalismo", scriveva Mark Fisher, e mai affermazione ci è sembrata così calzante. Viviamo in un mondo difficile, non solo perché lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo mostra ogni giorno la sua faccia più feroce, ma anche perché sembra sempre più difficile immaginare le alternative a questo stato di cose. Quando urliamo che ci hanno rubato il futuro non vogliamo dire solo che materialmente la nostra generazione non ha più davanti a sé la possibilità di una vita serena; “rubare il futuro” vuol dire anche sottrarci la possibilità di immaginarcene uno, non tanto per noi stessi, ma per tutta la società. Chi prova a immaginare un mondo diverso, addirittura chi prova a costruirlo, rientra nella categoria dei sognatori, degli illusi, di quelle strane persone che mancano di concretezza e che in molti non si vergognano a chiamare “pazzi”. E allora, così sia. Siamo pazzi. Siamo pazzi perché non guardiamo solo a ciò che è utile per qualcuno di noi, ma perché cerchiamo di intervenire sulla realtà, e perché pensiamo che il benessere di tutti equivalga al benessere di ciascuno. Siamo pazzi perché convinti che non debbano esistere sfruttati e sfruttatori, perché pensiamo che i diritti, la salute, le vite, vengono prima dei profitti. Da tempo pensavamo di aprire questo blog, nel quale vogliamo provare a raccogliere contributi che ci aiutino a immaginare una realtà diversa, ma questo ci sembra il momento migliore, il momento in cui tutti noi dobbiamo darci da fare in ogni modo per costruire una speranza e per costruire la prospettiva di un cambiamento ormai divenuto necessario. Il mondo non va solo cambiato, va rivoluzionato, e per preparare le energie per la rivoluzione che verrà ci servono anche le idee, ci serve costruirle e condividerle. Tra le mille attività che portiamo avanti, con le quali concretamente proviamo a intervenire sulla realtà che ci circonda, abbiamo bisogno anche di uno spazio, un momento, una pagina bianca, di fronte alla quale fermarci per raccontare l’esistente e immaginare il futuro, per dare una forma a quel limite che la realtà ci mette davanti e costruire strategie per superarlo. Perché sappiamo che anche se viviamo in una società che vuole farci credere di essere l’unica possibile, abbiamo un’infinità di mondi da guadagnare, e da perdere non abbiamo altro che le nostre catene. Buona lettura

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