di Giuliano Granato

Nel Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR) presentato da Draghi alle Camere, c’è anche un capitolo su “lavoro nero” e “caporalato” (pag. 206 del testo presentato al Senato lunedì 26 aprile).

L’obiettivo di fondo è ridurre la rilevanza del lavoro irregolare nel nostro Paese. C’è la sollecitazione in tal senso della Commissione Europea. Evidentemente quella dei lavoratori e delle lavoratrici che soffrono il fenomeno sulla loro pelle non era abbastanza. E allora ben venga il grillo parlante che parla da fuori.

1. “Aumentare il numero delle ispezioni”

Per raggiungere lo scopo il Governo Draghi mette nero su bianco l’esigenza di aumentare il numero di ispezioni, con una previsione di incremento “entro la fine del 2024 del 20% rispetto alla media del triennio 2019-2021”.

 

Andando a guardare il “Rapporto annuale dell’attività d vigilanza in materia di lavoro e legislazione sociale – anno 2019 (l’ultimo disponibile)” dell’Ispettorato Nazionale del Lavoro emerge che nel 2019 gli accertamenti nelle aziende sono stati 159.805 e hanno permesso di scoprire ben 99.086 aziende irregolari, pari al 72% di quelle controllate, e 356.145 lavoratori irregolari, di cui addirittura 41.544 completamente a nero.

Leggendo i dati e incrociandoli con l’esperienza quotidiana di tante lavoratrici e tanti lavoratori, potremmo dire che lì dove si va a posare il dito dei controlli esplode il bubbone delle irregolarità. Ben vengano dunque più controlli.

Solo che il Governo Draghi non dovrebbe dimenticare che negli ultimi anni abbiamo assistito a un calo sia delle ispezioni che dei soldi evasi recuperati. Rispettivamente nel 2019 parliamo di un -4% e di un -5,6% sul 2018.

Aumentare i controlli va bene, ma la percentuale del 20% è del tutto inadeguata perché non tiene adeguatamente in conto i tagli che ci sono stati negli ultimi anni.

E “misurare l’efficacia delle azioni in termini di regolarizzazioni avvenute” rischia di fornire un dato parziale e fuorviante. Perché c’è un effetto deterrente che viene tenuto fuori.

 

2. “Aumento del numero di ispettori”

Per ridurre la portata del lavoro sommerso, occorre aumentare l’organico di chi i controlli deve farli. Il Governo Draghi in questo pare non aggiungere nulla a quanto già messo in cantiere dai precedenti governi. Di Maio aveva molto propagandato la decisione di assumere circa 2.000 nuovi ispettori del lavoro, anche se per il momento non se ne vede l’ombra e il concorso pare ancora bloccato.

Draghi ribadisce questa volontà: +2.000 ispettori.

Se consideriamo l’intervallo 1 gennaio 2017 – 31 dicembre 2019 notiamo un calo addirittura del 14,5%, col crollo da 5.673 impiegati a soli 4.852 (fonte INL). 

Bene assumere nuovi ispettori, ma anche in questo caso se si vuol vincere la battaglia epocale contro il lavoro nero servono ben altri numeri. Anche perché, a oggi, come denuncia lo stesso INL, “per sopperire alla carenza di personale amministrativo” solo 1.550 su 2.339 ispettori ordinari “sono impiegati “in via esclusiva e ‘a tempo pieno’ nell’effettuazione dei controlli sul territorio”.

 

Quando poi si passa alle “quattro linee d’azione” del Recovery Plan in materia di contrasto al sommerso emerge un approccio vecchio, datato, incapace di portare risultati. Ammesso che l’obiettivo sia migliorare le condizioni di lavoratrici e lavoratori.

 

3. Incentivi finanziari agli imprenditori per promuovere contratti in regola

Si parla, ad esempio, di “misure dirette e indirette per trasformare il lavoro sommerso in lavoro regolare in maniera che i benefici dall’operare nell’economia regolare superino i costi del continuare ad operare nel sommerso”. E, successivamente, si esplicita che si fa riferimento a incentivi finanziari per promuovere i contratti in regola.

Sconti, incentivi, regali: da anni si fa di tutto per invogliare gli imprenditori a fare contratti regolari. Nei fatti significa abbassare a dismisura i costi che ricadono sul privato e caricarli sul pubblico – quando non sul lavoratore stesso. È una logica che non funziona. Il lavoro nero anziché essere sconfitto o ridotto è letteralmente esploso. Meglio investire questi soldi – perché sono misure che costano eccome – in un vero rafforzamento dell’Ispettorato Nazionale del Lavoro e degli organismi deputati al controllo.

 

4. “Campagna informativa rivolta a datori di lavoro e lavoratori”

Sicuramente non è il punto cardine della strategia governativa per affrontare il problema del lavoro sommerso. Ma è certamente quello più fuorviante.

 

Perché parte dal presupposto che i datori di lavoro non sappiano, ignorino le norme che regolano i rapporti di lavoro. E che ci sia bisogno di “sensibilizzare […] sul ‘disvalore’ insito nel ricorso a ogni forma di lavoro irregolare”. 

Non che non esistano piccolissimi imprenditori che, effettivamente, possano non sapere. Ma chiunque abbia messo piede anche solo per un giorno in un posto di lavoro sa benissimo che esiste una corte di “esperti” al servizio delle aziende e pronti a offrire le migliori soluzioni possibili per l’abbattimento dei costi del lavoro. Queste soluzioni a volte si chiamano anche “lavoro nero” e, in tal caso, i datori di lavoro sono talmente ben informati sulle conseguenze e sulle possibili sanzioni in cui incorrono che spesso mettono a bilancio i costi che possono derivare da controlli e verifiche.

Al contrario, servirebbe sicuramente una campagna informativa per lavoratori e lavoratrici. Ma non tanto per mettere nero su bianco quelle che sarebbero le tutele, le garanzie e gli emolumenti cui avrebbero diritto – che pure serve – quanto soprattutto per informarli sul “come” trasformare ciò che è astratto in realtà concreta. Come ottenere il rispetto dei propri diritti, questo dovrebbe essere il punto. E qui entra in gioco inevitabilmente la questione dell’organizzazione dei lavoratori, che solo in parte tocca al governo.

 

Infine, due questioni su tempi e soldi.

Tempi: l’adozione del “Piano nazionale per la lotta al lavoro sommerso” è prevista entro l’ultimo quadrimestre del 2022. Un orizzonte eccessivamente lungo vista l’urgenza del contrasto al fenomeno del lavoro nero e considerato che molte delle stesse misure previste dal governo potrebbero prevedere tempi ben più rapidi.

Soldi: sapete quanto è messo a bilancio per quello che pomposamente viene definito “Piano nazionale per la lotta al lavoro sommerso”? 0 euro. Basta consultare pag. 203 del testo trasmesso al Senato il giorno lunedì 26 aprile alle ore 13:57.

 

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SIAMO TORNATI! Il 7 ottobre 2020 abbiamo inaugurato la seconda stagione di Radio Quarantena. Ritorniamo con una nuova redazione, quasi 20 collaboratori e 5 rubriche settimanali.

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"È più facile immaginare la fine del mondo che la fine del capitalismo", scriveva Mark Fisher, e mai affermazione ci è sembrata così calzante. Viviamo in un mondo difficile, non solo perché lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo mostra ogni giorno la sua faccia più feroce, ma anche perché sembra sempre più difficile immaginare le alternative a questo stato di cose. Quando urliamo che ci hanno rubato il futuro non vogliamo dire solo che materialmente la nostra generazione non ha più davanti a sé la possibilità di una vita serena; “rubare il futuro” vuol dire anche sottrarci la possibilità di immaginarcene uno, non tanto per noi stessi, ma per tutta la società. Chi prova a immaginare un mondo diverso, addirittura chi prova a costruirlo, rientra nella categoria dei sognatori, degli illusi, di quelle strane persone che mancano di concretezza e che in molti non si vergognano a chiamare “pazzi”. E allora, così sia. Siamo pazzi. Siamo pazzi perché non guardiamo solo a ciò che è utile per qualcuno di noi, ma perché cerchiamo di intervenire sulla realtà, e perché pensiamo che il benessere di tutti equivalga al benessere di ciascuno. Siamo pazzi perché convinti che non debbano esistere sfruttati e sfruttatori, perché pensiamo che i diritti, la salute, le vite, vengono prima dei profitti. Da tempo pensavamo di aprire questo blog, nel quale vogliamo provare a raccogliere contributi che ci aiutino a immaginare una realtà diversa, ma questo ci sembra il momento migliore, il momento in cui tutti noi dobbiamo darci da fare in ogni modo per costruire una speranza e per costruire la prospettiva di un cambiamento ormai divenuto necessario. Il mondo non va solo cambiato, va rivoluzionato, e per preparare le energie per la rivoluzione che verrà ci servono anche le idee, ci serve costruirle e condividerle. Tra le mille attività che portiamo avanti, con le quali concretamente proviamo a intervenire sulla realtà che ci circonda, abbiamo bisogno anche di uno spazio, un momento, una pagina bianca, di fronte alla quale fermarci per raccontare l’esistente e immaginare il futuro, per dare una forma a quel limite che la realtà ci mette davanti e costruire strategie per superarlo. Perché sappiamo che anche se viviamo in una società che vuole farci credere di essere l’unica possibile, abbiamo un’infinità di mondi da guadagnare, e da perdere non abbiamo altro che le nostre catene. Buona lettura

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