di Salvatore Prinzi

 

Sabato 15 Maggio, ero al corteo a Napoli per la Palestina. Bellissimo. Oggi ascolto le testimonianze dalle altre 30 piazze in Italia e mi sembra si possano trarre le seguenti considerazioni - e alcune domande: 

1. La partecipazione è stata ovunque imponente, superiore alle aspettative;

2. Tre le componenti che hanno riempito le piazze: le comunità palestinesi; i vecchi e nuovi compagni legati ai gruppi militanti al gran completo; una composizione giovanile, per lo più studentesca, in cui spiccano le "seconde generazioni";  

3. L'elemento emotivo è stato fortissimo: i cortei non sono stati di "testimonianza", ma sentiti - sia perché la causa palestinese è l'emblema di tantissime ingiustizie, sia perché mai come questa volta c'è un massacro nei confronti di un popolo a cui hanno tolto tutte le armi; 

4. La censura mediatica intorno alla mobilitazione è stata più grande del solito. A fronte di circa 50.000 persone in piazza, peraltro in periodo di pandemia, in televisione si è visto poco e nulla, mentre a categorie come complottisti e fascisti è stata data fino a poco fa una visibilità pazzesca.  

Questo conferma come le classi dominanti costruiscano artificialmente un'opposizione di destra mentre asfaltano qualsiasi cosa esista a sinistra o dal basso, e ribadisce la sudditanza dell'Italia a Israele, agli USA e ai poteri politico-economici che stanno dietro alle loro politiche internazionali. Sudditanza che in Italia è stata dimostrata dalle prime dichiarazioni del governo Draghi, che nasce su volontà USA e non a caso ha subito tenuto a precisare la sua collocazione "atlantica"... 

Ma più di questo, il silenzio dei media testimonia il fatto che la questione palestinese spaventi i dominanti perché costruisce ancora un immaginario di rivolta di popolo, di solidarietà fra gli oppressi, che se fosse fatto proprio dagli italiani, be'...; 

5. Emerge anche su questo terreno una distanza (che potrebbe diventare rottura) fra il paese ufficiale e paese reale, o almeno la sua parte consapevole. Al palco romano pro-Israele che vedeva insieme PD, 5 Stelle, Lega etc (che coprono il 90% dei voti di questo paese), risponde un'opinione pubblica tendenzialmente favorevole ai diritti del popolo palestinese. Dentro quest'opinione, una fetta di mondo attivo e ribelle che è senza rappresentanza politica. 

Arrivo alle domande: 

1. Queste piazze, per composizione, investimento individuale, infiammabilità emotiva, mi hanno ricordato quelle dell'anno scorso in solidarietà al Black Lives Matter (con la differenza, in meglio, che lì tutti ipocritamente appoggiavano la lotta dei neri negli USA, mentre sulla Palestina tutti zitti o peggio). 

Genuinità, ma anche grande confusione, com'è normale che sia dopo anni di depoliticizzazione della società. Mobilitazioni "single issue", fatte da singoli che non riescono a cogliere come concretamente le ingiustizie siano connesse, e che si gettano a fondo su quella specifica questione perché in quella trovano qualcosa che simbolicamente li "tocca", che diventa per loro un significante universale. 

Sono mobilitazioni che passano sui social più che in relazioni in presenza, si alimentano di "storie" e posizionamenti individuali al limite del narcisistico, e rifluiscono immediatamente appena il "picco" è passato. 

Come possiamo invece costruire una nostra durata, non rimbalzare sempre fra flussi emotivi, sedimentare, di caso mediatico in caso mediatico, qualcosa di reale?

Riusciremo a far scoprire l'impegno, le assemblee, le comunità militanti, il "grigio lavoro quotidiano", come strumenti per migliorare la propria vita? 

2. Oltre il livello sociale, culturale, di consapevolezza diffuso, c'è il tema della rappresentanza politica. 

Le migliaia di persone scese in piazza ieri non hanno rappresentanza nelle istituzioni. E invece ne avrebbero bisogno, per portare la loro voce più in alto. D'altronde questo è quello che ci chiedono i palestinesi, i curdi etc. "Siate forti nei vostri paesi occidentali per riuscire a far sentire la nostra voce e per incidere sull'orientamento dei vostri governi". 

Su questo che si fa? Vogliamo continuare a non votare, a votare il "meno peggio" pur sapendo che il centrosinistra è come il centrodestra, o vogliamo provare a fare un salto di qualità? E magari costruire da adesso le condizioni per portare dentro al Parlamento del 2023 una nuova generazione? Muoviamoci prima che qualche furbastro provi a "recuperarle" portandole in dono al PD...

A ognuna e ognuno di noi di trovare le risposte!

Intanto, anche per parlare di questo, ci vedremo mercoledì 19 Maggio alle 17:30 all'Ex OPG Occupato - Je so' pazzo! Vi aspettiamo!

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RADIO QUARANTENA

SIAMO TORNATI! Il 7 ottobre 2020 abbiamo inaugurato la seconda stagione di Radio Quarantena. Ritorniamo con una nuova redazione, quasi 20 collaboratori e 5 rubriche settimanali.

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"È più facile immaginare la fine del mondo che la fine del capitalismo", scriveva Mark Fisher, e mai affermazione ci è sembrata così calzante. Viviamo in un mondo difficile, non solo perché lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo mostra ogni giorno la sua faccia più feroce, ma anche perché sembra sempre più difficile immaginare le alternative a questo stato di cose. Quando urliamo che ci hanno rubato il futuro non vogliamo dire solo che materialmente la nostra generazione non ha più davanti a sé la possibilità di una vita serena; “rubare il futuro” vuol dire anche sottrarci la possibilità di immaginarcene uno, non tanto per noi stessi, ma per tutta la società. Chi prova a immaginare un mondo diverso, addirittura chi prova a costruirlo, rientra nella categoria dei sognatori, degli illusi, di quelle strane persone che mancano di concretezza e che in molti non si vergognano a chiamare “pazzi”. E allora, così sia. Siamo pazzi. Siamo pazzi perché non guardiamo solo a ciò che è utile per qualcuno di noi, ma perché cerchiamo di intervenire sulla realtà, e perché pensiamo che il benessere di tutti equivalga al benessere di ciascuno. Siamo pazzi perché convinti che non debbano esistere sfruttati e sfruttatori, perché pensiamo che i diritti, la salute, le vite, vengono prima dei profitti. Da tempo pensavamo di aprire questo blog, nel quale vogliamo provare a raccogliere contributi che ci aiutino a immaginare una realtà diversa, ma questo ci sembra il momento migliore, il momento in cui tutti noi dobbiamo darci da fare in ogni modo per costruire una speranza e per costruire la prospettiva di un cambiamento ormai divenuto necessario. Il mondo non va solo cambiato, va rivoluzionato, e per preparare le energie per la rivoluzione che verrà ci servono anche le idee, ci serve costruirle e condividerle. Tra le mille attività che portiamo avanti, con le quali concretamente proviamo a intervenire sulla realtà che ci circonda, abbiamo bisogno anche di uno spazio, un momento, una pagina bianca, di fronte alla quale fermarci per raccontare l’esistente e immaginare il futuro, per dare una forma a quel limite che la realtà ci mette davanti e costruire strategie per superarlo. Perché sappiamo che anche se viviamo in una società che vuole farci credere di essere l’unica possibile, abbiamo un’infinità di mondi da guadagnare, e da perdere non abbiamo altro che le nostre catene. Buona lettura

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