di Roberto Prinzi

 

"Datemi solo 15 minuti ancora", ha implorato telefonicamente oggi pomeriggio un giornalista dell'Associated Press (Ap) ad un ufficiale israeliano prima che i jet d'Israele radessero al suolo la torre Jalaa, sede della sua agenzia. "Abbiamo attrezzature, telecamere e altre cose. Le posso portare tutte fuori". "No", fanno sapere da Israele. Poco dopo anche Jawad Mahdi - il proprietario dello stesso edificio - ha fatto all'ufficiale la stessa richiesta. "Rispettiamo i vostri desideri - ha detto umilmente -  ma almeno dateci 10 minuti". Un'implorazione che è stata più un'ammissione di resa, una umiliazione e che forse riassume da sola la sperequazione di forze tra i palestinesi e gli israeliani.

"Non ci saranno 10 minuti, nessuno entrerà, vi abbiamo dato un'ora di tempo per evacuare tutto", ha risposto di nuovo bruscamente l'ufficiale nella conversazione registrata e riportata da al-Jazeera.

Su al-Jazeera in arabo, poco prima del crollo, l'inviato racconta in diretta televisiva cosa sta succedendo. Ha la voce che gli trema mentre risponde lentamente in arabo standard alle domande postegli da Doha dalla presentatrice. Non si vede il suo volto perché le telecamere puntano fisso alla torre Jalaa in attesa del momento del crollo. E' tutto surreale: giornalisti e spettatori sono in attesa della distruzione annunciata e imminente. Ogni tanto il corrispondente si ferma, misura le parole, sembra sforzarsi di parlare in arabo standard e non nel quotidiano dialetto in cui si sentirebbe più a casa. Il suo arabo è una lingua-gabbia in cui deve rinchiudere per professionalità in parte le sue emozioni. Quella "Torre", la sua sede lavorativa, era dopotutto una sua seconda casa. 

Arriva il primo raid, il palazzo non crolla. "La terra trema per le esplosioni forti", commenta. Poi subito dopo il secondo colpo: "La terra ha tremato". Si ferma, dice qualcosa in dialetto palestinese alla gente che gli è attorno e che incomincia a gridare di rabbia contro Israele. Sembra più naturale. Arriva poi il colpo definitivo ed è laconico il suo commento: "Inharat al binaya". "E' crollato l'edificio". Tace. Da Doha, sede dell'emittente, la presentatrice capisce lo stato d'animo del collega e interviene quasi a consolarlo: "Immaginiamo quanti ricordi di quel luogo".

Le foto di giornalisti e tecnici diffuse in queste ore con la divisa "Press" raccolti vicino allo scheletro della Torre Jalaa sono un pugno al cuore. Non meno dei massacri dei civili che da decine di anni si ripetono in Palestina per opera d'Israele. In una foto si vede un gruppo di loro seduti a guardare quel che resta del loro posto di lavoro, le poche attrezzature da un lato. Quel poco che Israele ha permesso loro di salvare. 

Le attrezzature distrutte non hanno un prezzo economico, ma morale e umano. 10 minuti non avrebbero cambiato molto. Non avrebbero cancellato il crimine israeliano. Eppure 10 irrilevanti minuti per noi, avrebbero significato molto per le vittime. Avrebbero risparmiato la chiusura di altri occhi che permettono e hanno permesso di raccontare Gaza. Occhi che ricordano oggi al mondo del massacro della famiglia al-Hatab. Microfoni/Bocche che registrano la voce degli oppressi assediati terra, cielo e aria da Israele. Quelle attrezzature sono ricordi di vita andati persi. Persi non meno come gli esseri umani di Gaza trucidati in questi anni. Sono storie, testimonianze. Perché poi non si dica: "Il mondo non lo sapeva". Quelle attrezzature sono il giornalismo, libertà di una narrazione diversa, che oggi - e non solo oggi - Israele ha voluto azzerare. La stessa Israele che scendeva in piazza con lo stesso premier di oggi nel 2015 a Parigi al grido "Je Suis Charlie" per la libertà di espressione.

Ma Parigi è lontana. Troppo. Perché il racconto dei palestinesi all'esterno, al mondo, fa più paura a Tel Aviv delle pietre scagliate in Cisgiordania o dei razzi sparati da Gaza. Hai voglia di avere dalla tua parte tutti i grandi media e i potenti del mondo: non c'è sistema difensivo Iron Dome che ferma le migliaia di persone scese in piazza in tutto il mondo in questi giorni per gridare: "Palestina Libera" nelle differenti lingue del pianeta. Fa paura l'insolenza dei palestinesi di continuare - nonostante tutto - a esistere, a parlare, a ricordare la loro storia. 

"L'edificio è crollato". Ma se ne costruirà a breve un altro. E' così che va avanti da oltre 70 anni in Palestina

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SIAMO TORNATI! Il 7 ottobre 2020 abbiamo inaugurato la seconda stagione di Radio Quarantena. Ritorniamo con una nuova redazione, quasi 20 collaboratori e 5 rubriche settimanali.

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"È più facile immaginare la fine del mondo che la fine del capitalismo", scriveva Mark Fisher, e mai affermazione ci è sembrata così calzante. Viviamo in un mondo difficile, non solo perché lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo mostra ogni giorno la sua faccia più feroce, ma anche perché sembra sempre più difficile immaginare le alternative a questo stato di cose. Quando urliamo che ci hanno rubato il futuro non vogliamo dire solo che materialmente la nostra generazione non ha più davanti a sé la possibilità di una vita serena; “rubare il futuro” vuol dire anche sottrarci la possibilità di immaginarcene uno, non tanto per noi stessi, ma per tutta la società. Chi prova a immaginare un mondo diverso, addirittura chi prova a costruirlo, rientra nella categoria dei sognatori, degli illusi, di quelle strane persone che mancano di concretezza e che in molti non si vergognano a chiamare “pazzi”. E allora, così sia. Siamo pazzi. Siamo pazzi perché non guardiamo solo a ciò che è utile per qualcuno di noi, ma perché cerchiamo di intervenire sulla realtà, e perché pensiamo che il benessere di tutti equivalga al benessere di ciascuno. Siamo pazzi perché convinti che non debbano esistere sfruttati e sfruttatori, perché pensiamo che i diritti, la salute, le vite, vengono prima dei profitti. Da tempo pensavamo di aprire questo blog, nel quale vogliamo provare a raccogliere contributi che ci aiutino a immaginare una realtà diversa, ma questo ci sembra il momento migliore, il momento in cui tutti noi dobbiamo darci da fare in ogni modo per costruire una speranza e per costruire la prospettiva di un cambiamento ormai divenuto necessario. Il mondo non va solo cambiato, va rivoluzionato, e per preparare le energie per la rivoluzione che verrà ci servono anche le idee, ci serve costruirle e condividerle. Tra le mille attività che portiamo avanti, con le quali concretamente proviamo a intervenire sulla realtà che ci circonda, abbiamo bisogno anche di uno spazio, un momento, una pagina bianca, di fronte alla quale fermarci per raccontare l’esistente e immaginare il futuro, per dare una forma a quel limite che la realtà ci mette davanti e costruire strategie per superarlo. Perché sappiamo che anche se viviamo in una società che vuole farci credere di essere l’unica possibile, abbiamo un’infinità di mondi da guadagnare, e da perdere non abbiamo altro che le nostre catene. Buona lettura

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