Da Istanbul, Deniz Öztürk

 

Guardando la televisione turca e leggendo i maggiori quotidiani del paese, ci si può sentire sopraffatti da quello che sta succedendo in Turchia. Alla fine di luglio 2021, sette membri di una famiglia curda sono stati uccisi a Konya, nella Turchia centrale, da militanti nazionalisti armati che hanno cercato di bruciare la casa della famiglia curda. Organizzazioni in difesa dei diritti umani parlano di un “reato a sfondo razzista”.[1]

 

Un paio di giorni dopo, oltre 270 incendi hanno iniziato a bruciare 1.600 chilometri quadrati di foresta nel sud-ovest della Turchia, la peggiore stagione di incendi nella storia del paese. Più tardi, a causa di forti precipitazioni e inondazioni durante tutta la seconda settimana di agosto, interi villaggi, strade e ponti nella regione del Mar Nero sono stati distrutti.

 

Come se non bastasse, i casi di COVID-19 stanno aumentando di nuovo provocando timori di nuove necessarie chiusure in un'economia già duramente colpita: negli ultimi mesi, migliaia di piccoli negozianti sono stati costretti a chiudere le loro attività, il tasso di disoccupazione ha raggiunto il 27,4% e la Lira turca è crollata del 17% da marzo a giugno 2021. In questa profonda crisi economica, i risentimenti razzisti contro rifugiati siriani e afgani si fanno sempre più violenti. Questi attacchi razzisti sono da un lato lo specchio della struttura fascista dello stato turco, dall'altro le conseguenze delle grandi difficoltà economiche e sociali che sta vivendo una significativa parte della popolazione turca.

  

Ma quando il presidente turco Recep Tayyip Erdoğan appare in tv, ripete costantemente che “tutto è sotto controllo”: gli incendi sono stati spenti e i responsabili sono stati catturati; il governo risarcirà ogni singolo cittadino colpito dai danni causati dagli incendi e dalle inondazioni e lo stesso Erdoğan negozierà con i talebani per fermare una nuova “invasione” di rifugiati.

 

 

Una crisi ecologica costruita politicamente

 

Uno sguardo più attento alla situazione turca ci svela invece un'altra storia di quella che ci vuole raccontare Erdoğan. Se i disastri ambientali sono sì in parte legati al cambiamento climatico globale, le loro ripercussioni sociali non possono essere definite “naturali”. La distruzione ambientale dura ormai da decenni, una distruzione accompagnata da una politica sociale neoliberista: Interi villaggi sono stati costruiti in mezzo a valli dove i torrenti si riempiono rapidamente non appena ci sono forti precipitazioni. Anche le centrali idroelettriche sono state costruite in molti luoghi insicuri, cambiando il flusso naturale dell'acqua e, in questo modo, mettendo a rischio intere regioni. Infatti, durante le recenti inondazioni, un problema con una di queste centrali ha causato enormi danni.

 

Il neoliberalismo non solo ha portato alla distruzione delle aree naturali, ma ha anche eliminato i servizi e fondi pubblici, principale strumento di lotta contro i disastri ambientali. Le istituzioni statali dimostrano la loro incapacità di affrontare inondazioni e incendi, ma non è solo un problema di capacità; dietro a questa incapacità si nasconde una volontà politica: Quando si scatenano proteste sociali contro i megaprogetti infrastrutturali, le forze governative e statali non fanno altro che proteggere gli interessi dei privati (imprese di costruzione etc.).

 

 

Una politica economica contro le classi popolari

 

Tutto questo succede nel bel mezzo di una situazione economica devastante; la pandemia ha solo intensificato un grande collasso economico che dura da alcuni anni.

 

Negli ultimi 20-25 anni la crescita economica si era basata in primo luogo sul debito privato di milioni di lavoratrici e lavoratori, specialmente delle classi socioeconomiche più basse. Queste sono state incluse nel sistema finanziario e nella cultura del consumo. Lavoratrici e lavoratori sono diventati proprietari di case, hanno comprato automobili o aperto piccole aziende grazie a prestiti a bassi tassi d'interesse. Con la frenata economica e l'impossibilità di applicare politiche sociali di redistribuzione della ricchezza, queste persone oggi hanno grandi difficoltà a restituire i debiti che si accumulano e diventano sempre più insormontabili.

 

In passato, politiche di privatizzazione e di liberalizzazione hanno permesso alla Turchia di integrarsi maggiormente nel sistema finanziario ed economico internazionale neoliberista. L'economia turca girava grazie al flusso costante di investimenti stranieri e grazie ai due principali settori economici del capitalismo del redditiere, cioè l'edilizia e il turismo. Ma questo sistema è molto incline all'instabilità e alla crisi. In un paio d'anni, il contesto è cambiato e questo specifico regime di accumulazione neoliberista è fallito, la crisi del debito ha distrutto le piccole e medie imprese e la Lira turca si è indebolita rispetto all'euro e al dollaro.

 

Prima della crisi economica, Erdoğan era riuscito a conciliare le diverse frazioni di capitale abbassando il costo della forza lavoro, saccheggiando le risorse pubbliche, sciogliendo le organizzazioni sindacali e abolendo i diritti delle lavoratrici e dei lavoratori. La crisi pandemica ha intensificato questi sviluppi, ma queste politiche hanno cominciato ad essere insufficienti. Non è stato più possibile soddisfare contemporaneamente la fame di profitto del capitale finanziario, della borghesia non monopolistica e della piccola borghesia (negozianti, piccoli commercianti etc.).

 

Erdoğan è stato costretto a prendere una decisione: sostenere il capitale finanziario con il rischio di provocare uno smembramento sociale oppure difendere gli interessi di altri settori, rischiando però di perdere il sostegno economico e politico delle frazioni del capitale finanziario. Ovviamente ha scelto la prima opzione. Le conseguenze delle sue scelte politiche sono disastrose per le lavoratrici e per i lavoratori.

 

 

L'Afghanistan e la geopolitica turca

 

Il partito AKP è stato impegnato per anni in grandi avventure in Medio Oriente. Erdoğan ha un'enorme responsabilità nella distruzione della Siria, difende gli interessi del capitale turco in Libia e usa il Kurdistan iracheno contro il movimento popolare curdo. Erdoğan è entrato in Afghanistan con le stesse intenzioni e ora sta aumentando la presenza turca lì. Oggi la Turchia può essere definita come “potenza subimperialista”: le ambizioni d'espansione territoriale e l'impatto degli interventi militari sono sì comparabili a quelli di potenze strettamente imperialiste, ma il ruolo del capitale turco nella ripartizione di fette di mercato in paesi come la Siria o la Libia rimane fortemente dipendente da e subordinato a quello statunitense.

 

La reazione della Turchia nella questione afgana può essere considerato un “effetto Biden”. L'AKP non si aspettava l'elezione di Biden e ora il governo è molto lento ad adattarsi alla nuova situazione. Biden è meno flessibile sulle politiche mediorientali dell'AKP di quello che lo era Trump. Le pressioni degli USA sulla Turchia sono aumentate. All'ultimo vertice della NATO a Bruxelles nel giugno 2021, Erdoğan ha aspirato a un compito difficile: proteggere l'aeroporto di Kabul ed essere l'avamposto della NATO in Afghanistan. Probabilmente, ha promesso che avrebbe accettato i migranti derivanti anche dal ruolo della Turchia in Afghanistan.

 

Allo stesso tempo, la questione dei rifugiati afghani è un modo per l'Europa di mettere di nuovo sotto pressione Erdoğan. L'Europa potrebbe proporre un nuovo accordo sui rifugiati come ha fatto con i rifugiati siriani nel 2016: La Turchia ferma i rifugiati nel paese in cambio di pagamenti diretti al governo, soldi di cui il governo oggi ha maledettamente bisogno.

 

 

Una crisi egemonica che apre nuovi spazi politici

 

La coalizione governativa turca composta dai due partiti AKP e MHP, ma anche le altre fazioni statali ultranazionaliste e reazionarie hanno perso la loro capacità di intervenire nei problemi del paese e in questo modo stanno perdendo legittimità. Una crisi politica e di stato era già emersa dopo il tentativo di colpo di stato militare nel 2016. Le opposte fazioni dello stato legate ai due partiti AKP e MHP hanno formato un'alleanza per prevenire questa crisi. Ma le loro nature politiche sono molto diverse.

 

Dall'altro lato, un nuovo tessuto sociale si è formato dopo le proteste di Gezi nel 2013. Il desiderio di una società genuinamente democratica, giusta, laica ed ecologica sta crescendo. Da anni ormai queste “dinamiche anticapitaliste” mettono all'ordine del giorno un radicale cambiamento sociale, politico ed economico in Turchia. Ad oggi, le forze politiche dominanti e di opposizione però non riescono ad integrarle.

  

Anche in Turchia quindi, il vecchio mondo sta morendo e quello nuovo tarda a comparire...

 

[1]          Sin dalla nascita della Repubblica nel 1923, la questione curda è un problema che struttura le politiche contro le minoranze dello Stato turco. Nella storia, più la legittimità dei governi e regimi diminuiva, più aumentano gli attacchi al popolo curdo. L'attuale coalizione tra AKP e MHP usa la questione curda per stabilizzare il regime. La repressione contro il popolo curdo è diventato ormai praticamente l'unica questione attorno alla quale tutte le frazioni dominanti dello stato turco trovano unità.

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SIAMO TORNATI! Il 7 ottobre 2020 abbiamo inaugurato la seconda stagione di Radio Quarantena. Ritorniamo con una nuova redazione, quasi 20 collaboratori e 5 rubriche settimanali.

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"È più facile immaginare la fine del mondo che la fine del capitalismo", scriveva Mark Fisher, e mai affermazione ci è sembrata così calzante. Viviamo in un mondo difficile, non solo perché lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo mostra ogni giorno la sua faccia più feroce, ma anche perché sembra sempre più difficile immaginare le alternative a questo stato di cose. Quando urliamo che ci hanno rubato il futuro non vogliamo dire solo che materialmente la nostra generazione non ha più davanti a sé la possibilità di una vita serena; “rubare il futuro” vuol dire anche sottrarci la possibilità di immaginarcene uno, non tanto per noi stessi, ma per tutta la società. Chi prova a immaginare un mondo diverso, addirittura chi prova a costruirlo, rientra nella categoria dei sognatori, degli illusi, di quelle strane persone che mancano di concretezza e che in molti non si vergognano a chiamare “pazzi”. E allora, così sia. Siamo pazzi. Siamo pazzi perché non guardiamo solo a ciò che è utile per qualcuno di noi, ma perché cerchiamo di intervenire sulla realtà, e perché pensiamo che il benessere di tutti equivalga al benessere di ciascuno. Siamo pazzi perché convinti che non debbano esistere sfruttati e sfruttatori, perché pensiamo che i diritti, la salute, le vite, vengono prima dei profitti. Da tempo pensavamo di aprire questo blog, nel quale vogliamo provare a raccogliere contributi che ci aiutino a immaginare una realtà diversa, ma questo ci sembra il momento migliore, il momento in cui tutti noi dobbiamo darci da fare in ogni modo per costruire una speranza e per costruire la prospettiva di un cambiamento ormai divenuto necessario. Il mondo non va solo cambiato, va rivoluzionato, e per preparare le energie per la rivoluzione che verrà ci servono anche le idee, ci serve costruirle e condividerle. Tra le mille attività che portiamo avanti, con le quali concretamente proviamo a intervenire sulla realtà che ci circonda, abbiamo bisogno anche di uno spazio, un momento, una pagina bianca, di fronte alla quale fermarci per raccontare l’esistente e immaginare il futuro, per dare una forma a quel limite che la realtà ci mette davanti e costruire strategie per superarlo. Perché sappiamo che anche se viviamo in una società che vuole farci credere di essere l’unica possibile, abbiamo un’infinità di mondi da guadagnare, e da perdere non abbiamo altro che le nostre catene. Buona lettura

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