Questa storia alcuni già la sapranno. Ma quelli che non la sanno farebbero bene a leggerla, anche se non amano la boxe. Perché è una storia patrimonio dell'umanità, una storia di riscatto, che ci insegna - come vedrete alla fine - che se hai degli ideali e una comunità che ti sostiene puoi essere imbattibile.

Siamo alla fine degli anni '60 e abbiamo detto tutto: grandi sommovimenti in tutto il mondo, dagli USA dove dilaga la protesta nei quartieri neri e nei campus universitari, all'Africa dove avanza il processo di decolonizzazione. Un forte senso di uguaglianza e giustizia, unito all'opposizione alla guerra, si va sempre più diffondendo e arriva a coinvolgere scrittori, artisti, attori, sportivi.

Così, uno dei più grandi pugili di tutti i tempi, Muhammed Alì, che nel 1964 aveva vinto e difeso più volte il titolo di campione del mondo, decide di non partire come soldato per il Vietnam. Ai giornalisti che gli chiedevano perché, Alì rispose solo: "Non ho niente contro i Vietcong, loro non mi hanno mai chiamato 'negro'". Chiaramente paga questa scelta: viene condannato, gli viene tolta la licenza di pugile, e dal marzo 1967 all'ottobre 1970, dai 25 ai quasi 29 anni, cioè nel meglio della carriera, non può combattere.
Quando torna sul ring suscita molta attenzione, ma la sua carriera sembra destinata a chiudersi velocemente. Nel 1971 prova infatti a sfidare Joe Frazier, detentore del titolo, ma viene sconfitto clamorosamente. Alì prova a rialzarsi di nuovo, ma dopo qualche incoraggiante vittoria perde di nuovo contro Ken Norton, che gli frattura persino la mascella. Con tempi di recupero di mesi, arrivato ormai a 31 anni, a tutti sembra un pugile ormai finito.

Nel frattempo Frazier viene letteralmente massacrato da un giovane e potentissimo boxer, George Foreman. 23 anni, 1 metro e 93, 118 chili di muscoli. Foreman fa paura: 40 incontri disputati, 40 incontri vinti, 37 per KO, quasi tutti nei primi round. E' una macchina imbattibile, tanto che non si trovano sfidanti. Solo un pazzo può provare a metterlo in discussione.

E il pazzo è Muhammed Alì. Nell'ottobre del 1974 si organizza così il più grande incontro di boxe della storia, "The Rumble in the Jungle". incontro non a caso combattuto in Zaire, paese simbolo della decolonizzazione, in cui si provava a recuperare la storia e la dignità nera. Non a caso l'incontro si svolge in uno stadio, e viene preceduto da un festival cui parteciparono molti famosissimi musicisti afro-americani, davanti agli occhi di circa 100.000 persone.

I pronostici della vigilia vedono Foreman largamente favorito. Howard Cosell, uno dei più popolari e autorevoli commentatori di pugilato, prefigura il ritiro dal ring di Alì dopo l'incontro. Secondo lo scrittore Norman Mailer, anche l'entourage di Ali è pervaso da un grande pessimismo circa l'esito del match.
Nonostante il clima di sfiducia che lo circonda, Muhammad Ali non perde occasione per ribadire la sua certezza nella vittoria, galvanizzato dall'entusiasmo della popolazione zairese che lo ha accolto trionfalmente. "Ali boma ye", ovvero Ali atterralo, questo il grido che si sente nello stadio.

L'incontro si apre con Ali inaspettatamente all'attacco, nel tentativo di cogliere di sorpresa l'avversario con alcuni rapidissimi uno-due al volto. ma Foreman si riprende e inizia a macinare colpi potentissimi, incollando Ali alle corde. Però, nonostante la sua potenza, i cazzotti non riescono a penetrare l'ermetica difesa di Ali. Foreman, provocato da Ali che lo schernisce e lo insulta, si incaponisce e continua a spendere energie in colpi che finiscono sulle braccia o sui guantoni dell'avversario. Con il passare delle riprese Foreman è sempre più stanco e i suoi colpi sempre meno potenti. Ali molleggia sulle corde e ogni tanto allunga qualche potente jab, incassando senza troppi problemi i pugni dell'avversario. Verso la fine della quinta ripresa, Alì sembra ormai avere il controllo dell'incontro, e lancia un improvviso attacco colpendo ripetutamente Foreman al volto.
All'ottavo round l'inatteso epilogo: Foreman ancora all'attacco, Alì è alle corde con il volto nascosto dietro i guantoni alzati, quando improvvisamente schiva, esce dall'angolo e porta una serie di colpi al volto dell'ormai esausto Foreman che, per la prima volta nella sua carriera, crolla al tappeto. Boato del pubblico, Alì è per la seconda volta campione del mondo.

Così ha commentato la vittoria Gianni Minà:
"Foreman, se aveva forza e potenza devastanti, nascondeva anche una fragilità emotiva che Alì aveva intuito e avrebbe sfruttato. George era il tipico ragazzo nero americano che, nell'età dell'adolescenza, aveva trovato un po' di benessere grazie alla potenza dei suoi cazzotti. Amava il baseball, la Coca Cola, i pop corn e la televisione. Quando fu scaraventato in Zaire per un match che aveva mille motivazioni commerciali, geopolitiche, etniche, non si sentì a suo agio. Non gliene fregava nulla di quello che c'era intorno. Il rinvio di un mese del match, per un suo incidente in allenamento, aumentò il disagio. Muhammad Ali, invece, aveva trasformato la vigilia nel trionfo dei suoi ideali, scoperti prima con Malcolm X e poi con i Black Muslims. Si sentiva a suo agio davanti al fiume Congo, il fiume della tradizione nelle ballate degli ex schiavi d'America, e trasformò questa allegria in una guerra psicologica. Il giorno delle operazioni di peso le sue provocazioni rischiarono di anticipare lo scontro. Foreman fu trattenuto, ma la rabbia lo aveva già sconfitto. <<Gli incontri importanti si vincono prima di salire sul ring>>, mi aveva spiegato tante volte Alì. E Muhammad fu di parola. Fece sfogare la furia di Foreman sulle proprie braccia. C'erano 40 gradi e un'umidità terribile, Muhammad chiamò quella tattica 'presa al laccio di un imbecille' ".

Foreman fu incapace di accettare la sconfitta, mentre la stampa di destra disse che l'incontro era stato comprato, perché non poteva accettare che un nero politicizzato potesse vincere spinto dall'incoraggiamento del popolo.
Non riuscivano invece a vedere una cosa ovvia: che non importa la semplice forza - i governi, i potenti, ne avranno sempre più di noi. Importa la motivazione, l'intelligenza, la consapevolezza del perché si fanno le cose, la capacità di usare la tattica e colpire al momento giusto.

Questo è il grande insegnamento che ci ha dato Alì, questo è quello che in piccolo vogliamo provare a fare noi con l'Ex OPG "Je so' Pazzo": costruire una comunità e una coscienza che ci rendano più forti dei forti, e alla fine ci portino alla vittoria!

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