Il 26 novembre saremo in piazza per il corteo nazionale a Roma contro la violenza di genere.

Dalle attività sociali che quotidianamente portiamo avanti, ai vari fronti di lotta sui quali siamo impegnati, i principi a partire dai quali ci muoviamo, sono quelli dell’anticapitalismo, dell’antifascismo, dell’antisessismo, dell’antirazzismo, che cerchiamo di non praticare a “compartimenti stagni”, in percorsi di lotta autonomi, separati l’uno dall’altro, ma nel loro intersecarsi e nella loro articolazione concreta.

Il 26 novembre saremo in piazza perché pensiamo che queste battaglie quotidiane non debbano restare confinate nel nostro territorio, ma possano incrociarsi, dare e prendere forza da tante altre battaglie che si stanno combattendo nel resto d’Italia, che possano essere portate in piazza, rese note e pubbliche. Il 26 è una buona occasione per conoscerci, confrontarci, e, perché no, organizzarci assieme per le lotte future.

In secondo luogo riteniamo che questa sia un’occasione importante, di fronte al proliferare dei presunti paladini dei diritti delle donne, all’inserimento – almeno formale – nell’agenda politica di tutti i partiti della “questione femminile”, per smascherare alcuni luoghi comuni che non consentono, a nostro avviso, di inquadrare la questione nei termini dovuti.  Se è vero, come testimoniano i dati, che si sta registrando un incremento vertiginoso di episodi di violenza di genere (si parla di una donna ammazzata ogni 3 giorni), ci chiediamo: é possibile spiegare tutto questo riducendolo ad un problema culturale? È possibile “convincere” gli uomini a non fare violenza alle donne e le donne a denunciare le violenze subite con uno spot in tv?

Noi crediamo che la violenza di genere, quale che sia la forma nella quale si esprime, non è mai semplicemente frutto di un raptus, di uno stimolo incontrollabile, ma ha origine e funzione sociale. La subalternità della donna è, per il mercato, un tesoro che va preservato.  Considerare la donna un oggetto su cui l’uomo detiene il libero arbitrio deriva dal fatto che essa venga vista come “naturalmente” destinata allo stare in casa per occuparsi di figli e marito, in una condizione di vera dipendenza economica dall’uomo. Dunque, tutto ciò che noi riteniamo attributo “naturale” dell’essere donna è in realtà frutto di un preciso processo storico corrispondente a una precisa funzione sociale ed economica.

Infatti, se partiamo dall’analisi del lavoro svolto dalle donne all’interno della casa ( pulire, cucinare, prendersi cura di bambini e anziani, mettere a posto, lavare e stirare i vestiti etc..),  ci rendiamo conto di quanto possa risultare comodo allo Stato, in termini di abbattimento di costi per servizi sociali. Il nostro welfare  è, di fatto, sostenuto dalle donne: è su di loro che lo Stato scarica tutti quei costi che, specialmente in un periodo di crisi economica come quella attuale, non vuole assumere. Dunque,  il lavoro domestico della donna, considerato come un compito per lei “naturale” da svolgere, permette dei risparmi notevoli.  E non è un caso che , in questi tempi di crisi, le donne siano anche le prime ad essere licenziate e rese precarie. Se è vero che , negli ultimi decenni, hanno visto aprirsi le porte di case per poter accedere al mondo del lavoro, è vero che tale integrazione economica non è stata reale. Sappiamo bene, infatti, che per una donna è molto più difficile raggiungere lo stesso livello professionale di un uomo e spesso anche lo stesso stipendio.

Tutto ciò, però, non è casuale, ma determinato da precise motivazioni economiche: se in tempi di espansione economica è necessario immettere le donne nel mercato del lavoro (spesso abbassandone così il costo), in tempi di crisi, licenziare una donna è più facile che licenziare un uomo: la donna è sempre in bilico tra il dentro e il fuori, non è di norma con il suo stipendio, che la famiglia pensa di dover tirare avanti. Ora, tutti sappiamo che non è affatto così, eppure nel nostro immaginario, costruito ad arte dal capitale, una mamma casalinga è preferibile ad un padre disoccupato, e finché il nostro compagno lavora noi possiamo “accontentarci” di un impiego in uno dei tanti call center (nei quali, non a caso, dopo i giovani, la categoria di lavoratori più diffusa è proprio quella delle donne di mezza età che vi lavorano temporaneamente per “arrotondare”) e di lavoretti saltuari.

Certamente il modo di produzione attuale non ha “inventato” la subordinazione della donna all’uomo, ma ha saputo ben sfruttare l’eredità delle società che l’hanno preceduto, talvolta lasciandone invariati i principi, talvolta, quando l’occasione lo richiedeva, stravolgendoli totalmente. Non cogliere il nesso esistente tra violenza di genere e violenza strutturale fondante la nostra società, ci sembra un limite politico inaccettabile.

Per tutti questi motivi, crediamo sia fondamentale prendere parte a questo corteo, perché dire basta alla violenza di genere vuol dire necessariamente dire  basta a qualsiasi forma di violenza che , trasformando le differenze in disuguaglianze, le mette a profitto a vantaggio dei pochi che possono sfruttare una classe lavoratrice sempre più divisa e frammentata proprio a partire dalla naturalizzazione di queste disuguaglianze.

Perciò siamo convinti che il protagonismo femminile in termini quantitativi e qualitativi sia linfa vitale di ogni lotta: un protagonismo che, superando le sole tematiche di genere, si  imponga a 360°, in modo tale da restituire un approccio antisessista a tutte le battaglie che portiamo avanti.

NON UNA DI MENO! TUTTE E TUTTI UNITI NELLA LOTTA!


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